DICERIA DELL’UNTORE, di Gesualdo Bufalino

DICERIA DELL’UNTORE, di Gesualdo Bufalino

Iniziato nei primi anni dopo la guerra, come dice l’autore “al tempo della glaciazione neorealista”, ma lasciato da parte perché “turbato da effetti di Liberty funebre”, ripreso negli anni Settanta, continuamente revisionato fino alla pubblicazione nel 1981, il romanzo ebbe un immediato successo e vinse il Premio Campiello lo stesso anno.

Furono gli amici Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio a spronare Gesualdo Bufalino verso l’uscita del libro, tenuto segreto fino ad allora.

Nonostante il successo immediato, uscire allo scoperto implicava rinunciare alla purezza, significava interrompere un rapporto intimo con la propria scrittura. Rendere pubblica l’opera era un elemento di distrazione. In un’intervista di Sergio Palumbo, Bufalino rivela questa sua propensione alla ricerca pura della parola che è sicuramente più importante per lui della notorietà e del riconoscimento pubblico.

‘Lo spogliarello psicologico allo specchio’ – come Bufalino definisce il suo rapporto intimo con la scrittura – è un esercizio fondamentale per poter rispondere alle domande di ricerca individuale comuni a tutti gli uomini, che sono essenzialmente i tre cardini sui quali si intreccia la trama di “Diceria dell’untore”: il tempo, la memoria e la morte. Il libro è dedicato ‘a chi sa’, il lettore si chiede se fa parte o no delle persone a cui si rivolge il libro. E se lo chiede fino alla fine. Forse una volta chiuso il libro smette di chiederselo. Chi sa è chi non si accontenta delle risoluzioni facili, chi approfondisce gli argomenti, chi s’interroga e chi interroga la vita nei suoi luoghi più critici.

Nel caso della storia qui raccontata, il luogo è un sanatorio, dove la morte è senz’altro l’epilogo di un tempo ormai deciso e supportato dalla sola memoria, visto che la vita non lascia spazio alla speranza di un futuro. E nemmeno dell’importanza delle parole, mi viene di aggiungere, visto che il lungo racconto in prima persona viene definito una “diceria”, vale a dire un discorso da niente, nemmeno scritto poi, ma detto a voce, qualcosa di poca importanza, anche se suona altisonante nel titolo. “Diceria dell’untore” è infatti un titolo antico, poco attrattivo per le moderne schiere di lettori. Non è un caso che le persone a cui ho chiesto se conoscevano questo romanzo mi hanno tutte risposto negativamente. Io per prima sono lettrice novella di Gesualdo Bufalino. E sono felicissima di aver fatto la sua scoperta.

Un autore di grande respiro, che merita la lettura, la rilettura, l’attenzione della critica perché la sua scrittura ha più livelli di lettura e un lettore comune non ha l’accesso a tutti i livelli che solo studi attenti riescono ad individuare. Tornando al titolo, la “diceria”, nel caso del romanzo di Bufalino, è un discorso, un monologo, un sussurro che si alimenta di parole ricercate, pensate, pesate. Solo la parola perfetta viene scelta. Il linguaggio è il livello di ricerca che accoglie tutte le altre esigenze dell’autore: solo attraverso la sua più alta espressione si delineano tutte le chiavi di lettura del romanzo. Il protagonista rimane senza nome, come se l’autore non riuscisse a staccare la sua storia da quella della narrazione. È l’untore per eccellenza, la sua salvezza è appesa a un filo, e necessita quello che definisce un secondo “apprendistato di morte” (il primo era stata la seconda guerra mondiale durante la quale si era ammalato di tisi) in un luogo di confinamento, il sanatorio, che assume connotazioni di luogo ‘magico’ proprio perché anticamera della morte dove le regole del quotidiano decadono e si autocensurano.

Il romanzo nasce da un’esperienza autobiografica. Gesualdo Bufalino, nel 1944, si ammala di tisi, e costretto a sopportare una lunga degenza, prima a Scandiano e poi, dopo la Liberazione, vicino a Palermo, in un sanatorio della Conca d’Oro, dal quale esce finalmente guarito nel 1946. La permanenza in ospedale lo mette a dura prova, lasciando segni indelebili della sofferenza: «si racconta la convivenza di alcuni reduci di guerra moribondi in un sanatorio della Conca d’Oro fra Palermo e Monreale, la “Rocca”». La “Rocca” corrisponde all’attuale Ospedale Ingrassia, appartiene a pieno titolo alla Città di Palermo in un quartiere – Mezzomonreale – popoloso e neanche tanto periferico.

Fra il protagonista e una paziente dal passato travagliato, Marta, nasce un amore, innocente e condannato in partenza, insieme fuggono verso il mare, dove lei muore. Il protagonista invece guarisce, inaspettatamente. “Diceria dell’untore” è un libro che meraviglia nella sua complessità stilistica, nella sua prosa densa di richiami e riferimenti letterari, e, per altro, arricchita da un ricco paratesto di poesie ed epigrammi, indici tematici e altro, che si trovano in appendice.

Bufalino scrive un libro il cui tempo di stesura e di continua rielaborazione ha reso curato in ogni minimo dettaglio. Accostamenti e immagini particolarmente efficaci e insolite affiancano la narrazione che si muove fra l’altissimo e il bassissimo, fra il sacro e il profano, trovando fra questi opposti il suo grande valore letterario e impatto narrativo.

Recensione di Sylvia Zanotto

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