IL CASTELLO DEGLI SCRITTORI – NORIMBERGA 1946 – CRONACHE DALL’ABISSO – Uwe Neumahr

Il castello degli scrittori. Norimberga 1946, cronache dall’abisso, di Uwe Neumahr (Marsilio Editori – ottobre 2023)

“A tutt’oggi non è mai più successo che tanti famosi scrittori da tutto il mondo siano stati riuniti sotto uno stesso tetto”, dove “si sono incontrate la letteratura e la storia mondiali” scrive Uwe Neumahr in ”Das Schloss der Schriftsteller”, il castello degli scrittori, uscito nel 2023 in Germania e prontamente pubblicato in Italia da Marsilio.

Il 20 novembre del 1945 nel Palazzo di Giustizia di Norimberga si apre il processo ai vertici del regime nazista.

Il procedimento si sarebbe concluso il primo ottobre del 1946 con la condanna a morte di dodici dei ventidue imputati. Tra loro alcuni degli ideologi, dei ministri, dei leader del Terzo Reich, come degli organizzatori della Shoah; tra gli altri von Ribbentrop, Kaltenbrunner, Rosenberg e Frank, tre condannati all’ergastolo, quattro dai 10 ai 20 anni di reclusione, compreso Albert Speer, l’architetto di Hitler le cui gravi responsabilità erano state riconosciute solo in minima parte, mentre tre verranno assolti.

A quelle udienze fu permesso di assistere ogni giorno ad oltre quattrocento spettatori. Tra loro moltissimi giornalisti e corrispondenti esteri provenienti da più di ventitré Paesi, per un totale di 325 testate tra giornali, radio e agenzie di stampa.

Sul processo di Norimberga esiste ormai una vastissima bibliografia, ma in questo ”Il castello degli scrittori” Uwe Neumahr ricostruisce minuziosamente quei giorni, il contesto di quella inedita convivenza nel Press Camp allestito dagli americani all’interno del Castello della dinastia Faber-Castell requisito per l’occasione scegliendo di mettere a fuoco, in particolare, il settore della stampa accreditata delineando i profili di quelle figure che si trovarono a misurarsi con la complessità di uno degli avvenimenti che ha marcato la storia dell’umanità o, per dirla con le parole dello stesso Neumahr “quando la letteratura globale ha incontrato la storia del mondo”

Per mesi e mesi il processo più importante e noto (non necessariamente il più giusto) del Novecento finì dunque anche per riunire il Gotha del giornalismo e della letteratura anni Quaranta.

Qualche nome: c’erano Erika Mann, John Dos Passos, Rebecca West (“la grande dame del giornalismo britannico”), William Shirer (futuro autore del best seller “Storia del Terzo Reich”), Elsa Triolet (già amante di Majakovskij, sposata con l’ex surrealista Louis Aragon, entrambi stalinisti irriducibili ), Louis Aragon, lo scrittore e poeta marxista Ilja Ehrenburg, lo scrittore di origini ebree Joseph Kessel (membro della Resistenza francese, autore dello “Chant des Partisans”, autore del celebre “Belle de jour” e futuro membro dell’Académie Française), la straordinaria corrispondente di guerra Martha Gellhorn, l’austriaco Gregor von Rezzori (futuro autore di “Un ermellino a Cernopol”, “Memorie di un antisemita”, “Edipo vince a Stalingrado”) che lavorava allora a Norimberga per l’emittente radiofonica della Germania nord-occidentale, il giornalista e pittore ebreo Wolfgang Hildesheimer, il paraguaiano Augusto Roa Bastos, Yaroslav Halan, corrispondente della stampa sovietica ucraina e il cronista cinese Xiao Qian che aveva seguito l’avanzata delle armate inglesi nella Germania occupata e che sarebbe diventato il presidente dell’Unione degli scrittori cinesi.

C’erano Walter Kronkite e Walter Lipmann, la cui fama sarebbe esplosa in seguito: sarebbero entrambi diventati star della televisione americana.

C’erano il ventiduenne giornalista ebreo comunista Markus Wolf che seguiva il processo per la radio di Berlino Est, occupata dall’Armata Rossa e che in seguito, nella DDR sarebbe divenuto il futuro direttore generale della STASI e c’era anche il futuro Cancelliere della Repubblica Federale Willy Brandt che all’epoca di Norimberga era poco più che trentenne e lavorava per la stampa socialdemocratica scandinava con passaporto norvegese.

Il settore della stampa vedeva dunque insieme profughi e sopravvissuti alla Shoah, celebri romanzieri, veterani e reporter di guerra, irriducibili comunisti militanti e grandi inviati delle maggiori testate americane, “tutti uniti dalla ricerca di risposte, come quella catastrofe fosse potuta succedere, che tipo di persone fossero gli imputati e cosa avessero da dire a propria difesa”.

Nel libro di Neumahr vengono affrontati temi come il problema della colpa collettiva e della responsabilità individuale, del cosa si intenda per denazificazione e democratizzazione, cosa si intenda per “crimini contro l’umanità” e “genocidio”; si parla della delusione e dello scoramento degli ebrei, viene descritto il peso della enorme pressione emotiva che gravava su tutti i presenti, l’atteggiamento degli imputati, si parla della tremenda potenza evocativa dei filmati girati all’interno dei campi di sterminio per preciso ordine del Generale Eisenhover proiettati in aula e dell’effetto che ebbero sugli imputati.

Ma al centro del lavoro di Neumahr c’è anche “l’assenza di parole e il rapporto letterario con l’indicibile”.

Anche loro, gli scrittori discesi a Norimberga, maestri della parola e artisti della metafora, fecero molta fatica, a volte annasparono per riuscire a descrivere l’orrore che veniva raccontato o mostrato in aula. “Di fronte a questi filmati sui lager, uno non riesce a finire un articolo che stia insieme”, è una delle frasi attribuite a Eric Kästner. Molte volte si videro giornalisti lasciare la sala indignati e sconvolti.

“Trovare parole per l’indicibile”, scrive Neumahr, “non è un problema soltanto per i commentatori. Anche i testimoni avvertono un divario incolmabile tra le loro esperienze e quelle di chi li ascolta. “[…] Auschwitz non è immaginabile né comunicabile”, nota la testimone Marie-Claude Vaillant-Couturier.

Scrittore ed agente letterario, Uwe Neumahr è autore delle biografie di Miguel de Cervantes e Benvenuto Cellini. Ma come definire questo “Il castello degli scrittori”?

E’ un libro di cronaca, di saggistica, di profili biografici di alcuni personaggi della stampa, di descrizione di quanto la tecnologia consentì – pur con tutte le difficoltà del caso – di realizzare un evento così mastodontico ma è soprattutto, almeno a mio parere, una profonda ed attualissima riflessione sul ruolo dell’informazione e sulla sua volontà e capacità di comprendere e rappresentare i fatti. Se solo pensiamo a quanto maggiore sia oggi, con l’avvento della televisione prima, di Internet e dei social poi, il potere dei media rispetto a quello già enorme dell’epoca del processo di Norimberga, potere non più riservato alla sola carta stampata e alle trasmissioni radiofoniche, è evidente quanto sia anche enormemente cresciuta in modo spesso inquietante la possibilità di “leggere” gli avvenimenti e di divulgarli in maniera distorta sia operando in perfetta buona fede che volutamente mistificando a fini ideologici, di strumentalizzazione politica o anche solo – banalmente – per semplice “tifo da stadio”.

La ricostruzione di quel che fu compreso e scritto mostra i pericoli che sono anche di oggi: non riuscire (o non volere) chiamare le cose col loro nome e misurarle invece con metro di un interesse particolare e di un punto di vista ideologico.

Penso al ruolo delle immagini (fotografie o immagini in movimento). A Norimberga i filmati proiettati in aula furono il grimaldello che consentì di rompere il muro di apatia, di noia e/o di vera o finta indifferenza di quasi tutti gli imputati nazisti. E oggi? Penso all’uso che troppe volte – direi sempre più spesso – viene fatto di foto e video che, in particolare in occasione di conflitti, vengono scaraventati in rete non tanto per informare quanto per manipolare l’opinione pubblica a livello planetario. Sono certa che a ciascuno di noi vengono in mente parecchi esempi, al riguardo. Spesso, video di questo genere vengono usati addirittura contro le vittime, in molti casi per capovolgere giudizi, empatia, solidarietà…

La struttura del libro: molto spazio è dedicato alla biografia di alcuni dei personaggi più rappresentativi e importanti. A prima vista queste possono sembrare interruzioni e/o divagazioni piuttosto superflue, ma ci si rende presto conto che sono invece, queste notizie biografiche, molto utili per comprendere la posizione, le reazioni dei singoli corrispondenti all’intero processo o ad alcuni aspetti di esso. Questi profili biografici mostrano come il processo risultò essere (anche) uno strumento per confrontarsi con la loro posizione personale, il loro sentimento profondo nei confronti della Germania e del popolo tedesco.

Non è di certo indifferente sapere se il tale corrispondente era ebreo oppure no, se aveva oppure no fatto parte attiva della resistenza, se avesse avuto amici o parenti periti per mano della Gestapo o nei campi di sterminio, se fosse un tedesco costretto ad espatriare e ad assumere una diversa cittadinanza oppure no. Banalmente: non erano tutti uguali.

Certo, giornalisti e scrittori erano dei professionisti. Certo, cercavano di capire, ma la fatica era grande.

Chiudo con quello che per quanto mi riguarda considero il più importante tema del libro: la mancanza di parole di fronte all’orrore e con le parole del famoso scrittore Erich Kästner:

“Quanto è accaduto è talmente spaventoso che non è lecito tacerne ed è impossibile parlarne”

Recensione di Gabriella Alù

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