ESTATE A BADEN-BADEN, di Leonid Cypkin

ESTATE A BADEN-BADEN, di Leonid Cypkin (Neri Pozza – giugno 2021)

Il senso delle parole si definisce nell’amore che le generano. Un sentimento sovrano, universale, che sovrasta senza sovrastare, che muore e rinasce ad ogni capoverso. Non è un trucco di magia, solo riflesso dell’anima mia.

Un libro che parla di un grande scrittore. Russo. Che non amava gli ebrei. L’autore di questo libro è ebreo. Eppure non si arresta. Anzi continua imperterrito nel suo atto di amore. Che lo salva da ulteriori separatismi. Se Dostoevskij era vittima di pregiudizi, Cypkin non permette a certi pensieri di influenzarlo negativamente. Lui, contrariamente a certa letteratura non solo russa, non si stancherà mai di leggere, approfondire, studiare, ricercare, analizzare l’opera, la vita, gli amori, le perversioni e le trasgressioni di uno dei più grandi scrittori non solo della letteratura russa, ma di tutte le letterature e di tutti i tempi.

Li chiamava «miseri ebreucci» (p 30), riporta Cypkin. Una spina nel fianco, che nonostante tutto cerca di capire, di indagare: «mi sembrava strano, fino a essere inspiegabile, che quell’uomo, tanto sensibile, nei suoi romanzi, […]non dovesse pronunciare una sola parola per difendere o giustificare un popolo perseguitato per migliaia di anni – Come poteva essere così cieco? […] Non parlava nemmeno degli ebrei come di un popolo ma come di una tribù» (p 168) Purtroppo non vi sono mai ripensamenti, anzi solo termini dispregiativi, offensivi, umilianti. Difficilmente accettabili. Eppure in Leonid Cypkin questo dolore non fa vacillare la sua posizione di grande estimatore di Dostoevskij.

«La stesura fu preceduta da anni di preparazione, in cui consultò archivi, fotografò i luoghi associati alla vita di Dostoevskij e anche quelli frequentati dai suoi personaggi, nella stagione e nell’ora indicata nei romanzi.» (p 11) Un approccio poetico e coinvolgente: la penna di Leonid Cypkin scorre sulle pagine e l’inchiostro sembra tatuare sulla nostra pelle la magia del viaggio nelle parole altrui. «Mentre viaggia verso Leningrado, Cypkin viaggia nell’anima e nel corpo di Fedja e di Anna.» (p 14) “Estate a Baden Baden” è il resoconto del soggiorno estivo nella città tedesca di Fëdor Dostoevskij e della sua seconda moglie Anna Grigor’evna, coppia itinerante, in fuga dai debiti e in cerca di soldi.

Ma è anche il viaggio di Leonid Cypkin che fa in treno, leggendo il diario di Anna. «Sin dall’inizio presenta una doppia narrazione» (p 13) sottolinea Susan Sontag nell’introduzione, né fiction né autobiografia, piuttosto una sorta di «sottogenere di romanzo raro e particolarmente ambizioso: il racconto della vita di una persona di grande talento realmente esistita in un’altra epoca, intrecciato a una storia al presente, quella del romanziere che medita, cercando di accedervi sempre più a fondo, sulla vita interiore di un personaggio destinato a diventare non solo storico ma monumentale.» (p 15)

Così facciamo conoscenza con lo scrittore russo, ossessionato dal gioco d’azzardo e dall’illusione di poter ripagare i debiti vincendo al gioco. Lo spiamo fra le pagine mentre corre da un usuraio all’altro per impegnare o vendere gioielli o qualsiasi tipologia di oggetti, purché vendibili così da rastrellare qualche moneta da puntare alla roulette. Scrive poco, a Baden Baden, Dostoeskij, eppure la scrittura è dietro ogni suo gesto, ogni suo pensiero, ogni suo ricordo. Allo stesso modo, la centralità della figura di Cristo è dietro la sua scrittura, nutre la sua anima.

«Ma l’esperienza più intensa che Cypkin descrive […] è la bruciante e generosa assolutezza dell’amore coniugale» (p 14) rimarca la Sontag, nelle sue parole di presentazione del libro. «L’amore sempre indulgente ma sempre dignitoso di Anna per Fedja rima con quello di che Cypkin, il discepolo della letteratura nutre per Dostoeskij.» (p 15) Due amori diversi, consumati in coordinate spazio-tempo molto lontane, eppure, alimentati da una passione e da un fuoco molto simili. O perlomeno simili, se si parla d’intensità. Intensità resa con quella che Sontag definisce «prosa estatica» (p 19)

Periodi lunghi, con tanti connettori trascinano noi lettori in un flusso di sintagmi curiosi, capaci di farci saltare da una semantica all’altra, facendoci fare un «viaggio mentale nella realtà russa» (p 20), ripercorrendo episodi e incontri. Così veniamo a sapere che «Turgenev non perdeva occasione di presentarlo come un ingegnere o, se non altro, come un ex ingegnere, sottolineando l’evidente inconsistenza della partecipazione di Dostoevskij al mondo letterario, del quale lui, Turgenev, era illegittimo sovrano e Dostoevskij solo un personaggio improvvisato, un parvenu» (p 93)

Oppure che Gončarov, «appesantito dalla sua prima colazione da sei portate» (p 131), gli diede tre monete d’oro che corse subito a giocarsi al casinò, e che lui, Dostoevskij, «ammiratore di Puškin» (p 139), forse non sapeva che il poeta che «rappresentava l’armonia dello spirito» e «il più elevato senso dell’onore» s’inchinava con spirito di sudditanza di fronte  al conte Orlov al teatro Marinskij.

Un «vivace e dolente resoconto della letteratura russa» (p 20) ci dice la Sontag, dove forse a noi lettori duole vedere l’aspro e avverso quotidiano dello scrittore russo. Persino nel suo rapporto amoroso si muove in senso anticonvenzionale. «La abbracciava, poi la baciava sul petto, e così cominciava quella nuotata a larghe bracciate, in cui, insieme, si spingevano ogni tanto fuori dall’acqua per farsi entrare l’aria nei polmoni, sempre più lontano dalla riva, verso l’azzurra convessità del mare» (p 39) Incapace di lasciarsi trasportare dall’onda, poiché «quasi sempre lui veniva trascinato da correnti contrarie» (p 39)

Ecco che la metafora del nuoto, l’immagine del mare si estendono e si confondono con altre figure retoriche come la metonimia o la sineddoche che restituiscono così i conflitti interiori di Anna Grigor’evna: «stava seduta su una sedia, con gli occhi bassi, lisciandosi le pieghe del vestito con un impegno eccessivo e l’albero maestro al quale si teneva aggrappata sembrava le scivolasse di mano» (p 58)

Un viaggio curato nei dettagli e nelle destinazioni, letterarie e di romanzo in romanzo alla ricerca dei motori propulsori: «forse non è un caso che proprio uno dei pensieri dello scrittore del XIX secolo racchiudesse l’idea che non si può edificare la felicità, nemmeno quella di tutti gli esseri umani, sulle sofferenze altrui, nemmeno sulla vita di uno solo, su una sola vita sprecata, specialmente se è la vita di un bambino» (p 71)

E allora ci si ricorda di un volto che rasserena l’animo. Il volto di una Madonna. Dipinta da Raffaello «La Madonna Sistina, […] una madonna sospesa nell’aria, con il Bambino posato sulle braccia e avvolto nelle fasce, ugualmente sospeso, cui forse la madre offre il seno, come una zingara, davanti a tutti – l’espressione enigmatica come quella di monna Lisa» (p 33) Suggerisce Cypkin, e come lui anche una scrittrice fiorentina contemporanea: «Lui voleva rivedere la Madonna della Seggiola di Raffaello. L’aveva già vista nel suo precedente soggiorno a Firenze. La definì divina. Ci sentimmo avvolti anche noi dall’abbraccio della Madre, […]  sentimmo calarci addosso come un manto, un senso di pace solenne.» (dal racconto di Nicoletta Manetti “Le rose di Dostoevskij” in “Accadeva in Firenze Capitale”, Carmignani 2021)

Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto  

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