LA CASA DEI SETTE ABBAINI – Nathaniel Hawthorne

LA CASA DEI SETTE ABBAINI, di NATHANIEL HAWTHORNE (prefazione di EMANUELE TREVI) (Il Saggiatore)

Un gran bel libro, adatto a chi ama lo stile corposo dei romanzi dell’Ottocento, ma con una deliziosa atmosfera gotica che rende comunque la storia piacevole e intrigante, nonostante la tendenza dell’autore ad arricchire le frasi con incisi continui, che possono rendere la lettura un tantino difficoltosa, ma senza comunque involuzioni o pastoie eccessive.

Posteriore di un anno al molto più celebre “La lettera scarlatta”, che è del 1850, questo romanzo di Nathaniel Hawthorne, scrittore americano statunitense coetaneo e amico di Herman Melville, è ambientato quasi interamente in una antica casa che, a quanto ci racconta Emanuele Trevi nell’eccellente prefazione, l’autore frequentò realmente in gioventù, essendo essa situata presso il vecchio porto della sua città natia, Salem, che già da sola evoca ricordi foschi di cacce alle streghe e nefandezze simili. La vicenda è una sorta di saga familiare, anzi, bifamiliare, che va dal Seicento all’epoca in cui fu scritto il libro, con storie di maledizioni, rancori, fantasmi più o meno reali ma, in compenso, delitti e misfatti veri e propri. I personaggi sono figure di altri tempi, per i quali l’autore predilige e usa a profusione il termine “cipiglio”, anche se alcuni di essi si discostano piacevolmente dal carattere burbero e vendicativo delle due famiglie nemiche.

Su tutti dominano minacciosi i sette abbaini eponimi della “House of the Seven Gables”, in cui generazioni di abitanti, per lo più foschi e avidi, ma a volte anche teneri, si susseguono fino al culmine della vicenda. Poi della cupa dimora, e del suo narratore, si ricorderanno in tanti, compresi il padre dell’orrore soprannaturale, H. P. Lovecraft e, in tempi più recenti, Stephen King; e persino Borges. Ma i toni di questo libro non sono cupi ed esasperati come quelli dei suoi successori. Liberatosi dagli incubi puritani dispiegati nella “Lettera scarlatta”, Hawthorne si abbandona a fantasie legate a ricordi più immediati, in cui anche i sette abbaini hanno imparato a non fare più tanta paura.

Recensione di Pasquale Vergara

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